Il sangue che noi cantiamo

Con il sangue lavorano ematologi, tecnici di laboratorio, chirurghi, e poi assassini, investigatori e medici legali. E con il sangue lavorano anche i cronisti di nera, secondo alcuni grandi esperti del Male, orribili sciacalli e avvoltoi secondo i protagonisti di fatti dolorosi.

In questo tempo di Covid-19 tanto si parla dii titoli enfatici, di esagerazioni, di panico, ma pure nei giorni normali ai media piace caricare i colori delle storie e la macabra frase “ne hanno ucciso un altro” per le redazioni è vita.

Di tale circo è sintesi ineccepibile il consiglio che un capo dà al suo giornalista: Sempre più sangue Larry, titolo di un guizzante e intenso romanzo (Minerva edizioni) di Lorenzo Sani, una carriera di inviato al Resto del Carlino, già autore di Vale tutto, viaggio tra i campioni del basket, fra i trionfi ma soprattutto fra le pieghe dell’intimo e le discese nel tramonto.

Sempre più sangue Larry si apre in modo tutt’altro che cruento. Un cronista, dovendo riempire le pagine estive del quotidiano, curiosa in buffo mondo sopravvissuto a se stesso: un dancing di Gatteo Mare, alla foce del Rubicone, dove dalle 6 alle 8 di mattina attempati play boy ed eccitate cariatidi si danno al ballo come antipasto di ultimi fuochi erotici.

Quando torna da questo barcollante paradiso Larry incontra il sangue: a Castel del Rio, tra Bologna e Imola, davanti all’ingresso di un ospizio, qualcuno ha lasciato su un’auto il cadavere d’un taxista crivellato di rivoltellate. Il buon cronista segue il lavoro degli inquirenti, cerca soffiate, ma anche indaga per proprio conto, batte il territorio, scova i cari del defunto, come un cane da tartufi cerca testimoni non solo del fatto ma anche del vivere quotidiano in quelle terre, fino a snidare un possibile nesso con una strana rapina dal bottino fantasma.

Se a guidarci con il suo profumo è la trama gialla, a calarci in luoghi e animi è il lavoro di Larry, non eroe d’indagine, ma uomo con i suoi travagli (a partire da una compagna colta da crisi mistica e “rapita” dall’India), testimone ed emblema di un mondo, quello dei giornalisti, talora avvoltoi con il taccuino sotto l’ala, talora spiriti mansueti catturati dai vortici del volo. Divampa la coralità del romanzo: vizi, tic, scherzi grossolani,  la caccia allo scoop, l’inganno ai colleghi e quello ai protagonisti della cronaca (con il mito della foto “rubata”), l’ansia del “buco” (ovvero la notizia persa e trovata invece dalla concorrenza), la danza delle riunioni di direzione dove ognuno si esibisce, i capi incompetenti eppure via via promossi (con uno sciagurato che, sentendo ripetere indirizzi, è convinto che i colleghi che ascoltano le comunicazioni di polizia e carabinieri passino il tempo sintonizzati su Radio Taxi), le cialtronate per lucrare sulle note spese, le leggende più o meno fantasiose su grandi abilità, la gelosia del proprio orticello (“i piccioni sono un tema di mia competenza), i cinismi e i vanti (“l’ordinanza del gip gliel’ho scritta io”),.

Per chi ha fatto o fa questo mestiere Sempre più sangue Larry è uno specchio – implacabile quanto affettuoso – e per i lettori è un viaggio, reso sorprendente dal giallo, nelle stanze nascoste dove ruggiscono, si inceppano, si esaltano, si demoralizzano le macchine dell’informazione. Rende sciolta la lettura il sorriso con il quale avanzano in accordo giornalista e romanziere, quel Lorenzo Sani che ha attraversato ogni sorta di dolore altrui (da casi di nera come Cogne al terremoto dell’Aquila) senza che mai il giornalista prendesse il sopravvento sull’uomo e che ora non ripudia, anzi ama questo mestiere nel quale si può restare cantori e pittori di vite con l’imperativo di farle comprendere anziché usarle iniettando “sempre più sangue”.