C’è un che di vischioso nel sangue di chi uccide, di chi muore, di chi indaga, qualcosa che tutti fa aderire a un labirinto che impasta destini. Simile al labirinto di gallerie che disegnano il sottosuolo della città.
Torino Tamarindo (Fratelli Frilli Editori) è il secondo giallo di Ivano Barbiero, una vita da giornalista, spesso di cronaca nera con boccate d’aria più lieve tra spettacoli, arte, musica. Sulla scena del crimine lo incontravi calmo e un po’ sornione (tipo “vedrai che sorpresa sta per arrivare”), adesso nei romanzi solletica il lettore tessendo attese e promettendo stupori.
Il suo commissario Piacentini (già investigatore nel precedente

Said ha deciso di uccidere Stefano Leo perché era giovane come lui e, al contrario di lui, era felice. Said guardava la propria vita marcire e la odiava riflessa nel cammino di chi avrebbe voluto, dovuto essere. E l’ha ucciso “perché era italiano”. Inutile girarci intorno, l’ha dichiarato a verbale.