Uccidere lo specchio di sé felice

Said ha deciso di uccidere Stefano Leo perché era giovane come lui e, al contrario di lui, era felice. Said guardava la propria vita marcire e la odiava riflessa nel cammino di chi avrebbe voluto, dovuto essere. E l’ha ucciso “perché era italiano”. Inutile girarci intorno, l’ha dichiarato a verbale.

Questa motivazione, solitaria in una locandina appesa a un’edicola, evoca un razzismo al contrario o una vendetta mutuata dal furore dell’Isis. Ma in questa tragedia si deve avere il coraggio di calarsi cercando i dettagli, perché svela molto, e molto nel profondo. La Stampa ha pubblicato ieri – sotto il titolo con l’agghiacciante

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Franzoni: una tragedia, non una sfida

Franzoni Annamaria: condannata per l’omicidio del figlio. Annamaria Franzoni: pena scontata, donna libera, moglie e madre, con diritto alla quiete (a meno che non sia lei a chiedere telecamere).

Due sciagure in più si abbatterono su quella tragedia. La prima fu l’esaltazione mediatica della quale lei stessa fu disperatamente complice. La seconda furono indagini difensive – nella fase gestita dall’avvocato Taormina – che spargevano sospetti  vaghi su figure alternative, purché fossero o fossero ritenute individui fragili o strambi, poco attrezzati per difendersi.

Una cosa fra le altre mi colpì di Annamaria. Mentre si prospettava una rosa di nomi, tutti

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